L'Hip-Hop per me - lettera a XL - Luglio 2006 Alla domanda: “Puttane, faida e soldi, è qusto l'hip-hop"?, rispondo che il quesito va aggirato. Togli l’interrogativo, allunga la frase e vai al cuore di una quadro globale rivoltante: “Puttane, gangsta, faide e soldi, è questo l’hip-hop che piace al mainstream!”. Gli artisti del giro underground lo sanno: se vuoi essere accettato in “serie A” devi accontentare almeno un po’ questa immagine dell’hip-hop come intrattenimento per dementi e cantare canzoni “standard” (oltre che entrare nella “Gea della musica” che ha l’appalto delle programmazioni).
Sfoggia il gioiello (anche se sei al verde), fai video e foto con ragazze seminude (e non farle parlare), racconta i tuoi problemi d’infanzia (ma non creare problemi), e la cosa può iniziare a funzionare. Certo siamo in Italia e non in America e tutto è molto annacquato, non si vendono mitragliatori al supermercato, ma la telecamera va sempre dove sta la pistola e la ragazza svestita e Eminem e 50 Cent non sono passati invano, l’industria discografica cerca epigoni da sfruttare. Questa è la superficie. Noi sono quindici anni che siamo dall’altra parte e non ci sentiamo soli.
Il rap è una cultura molto più grande e profonda e popolare e combattiva e nell’underground si muove una società civile intelligente e appassionata che tiene alto il suo nome. Generazioni di ragazzi e ragazze si innamorano dell’hip-hop e lo fanno da venti anni come una forma di resistenza fresca e positiva portandolo ovunque nel mondo e sempre nello stesso posto: nelle periferie dell’impero. Dalle strade della Francia alla Palestina all’Argentina, ai muri di Long Island e di Scampia. Il rap e i graffiti sono roba immediata e alla portata di tutti, sono l’occasione per esprimersi ed entrare in contatto con i propri simili e fare di problemi personali dei problemi comuni formando delle comunità. E questa è la cosa più affascinante e potente e libera e sincera. L’hip-hop è lotta e poesia, è fratellanza e festa.
Nelle panchine, nelle piazze, nei bar, nei locali, nei centri sociali, là dove ci si incontra, ci si inventa, si autorganizza il sociale cercando forme autonome di creatività. Sono qui i protagonisti invisibili che ci interessano, tutte quelle giovani vittime predestinate della ristrutturazione del mondo del lavoro, stritolati dentro il capitalismo moderno, super sfruttati e ricattati e a cui l’hip-hop per un tratto di vita offre un posto nel mondo, dando voce per raccontare la vita, i sogni e le paure.
Certo sono lontani i tempi dei Public Enemy, dei De La Soul e della A Tribe called Quest, oggi ci sono Common, Dead Prez, Talib Kweli. E chi li conosce?. Per me l’hip-hop è questo. Ma come il titolo del bellissimo libro di U.net “Bigger than Hip-Hop” che consiglio a tutti di leggere, uscito in questi giorni per la Cox18 books, la faccenda è più grande dell’hip-hop. Alla domanda: “Puttane, gangsta, faide e soldi, è questo l’hip-hop?”
rispondo che il quesito va aggirato. Togli l’interrogativo, allunga la frase e vai al cuore di una quadro globale rivoltante: “Puttane, gangsta, faide e soldi, è questo l’hip-hop che piace al mainstream!”. Gli artisti del giro underground lo sanno: se vuoi essere accettato in “serie A” devi accontentare almeno un po’ questa immagine dell’hip-hop come intrattenimento per dementi e cantare canzoni “standard” (oltre che entrare nella “Gea della musica” che ha l’appalto delle programmazioni).
Sfoggia il gioiello (anche se sei al verde), fai video e foto con ragazze seminude (e non farle parlare), racconta i tuoi problemi d’infanzia (ma non creare problemi), e la cosa può iniziare a funzionare. Certo siamo in Italia e non in America e tutto è molto annacquato, non si vendono mitragliatori al supermercato, ma la telecamera va sempre dove sta la pistola e la ragazza svestita e Eminem e 50 Cent non sono passati invano, l’industria discografica cerca epigoni da sfruttare. Questa è la superficie. Noi sono quindici anni che siamo dall’altra parte e non ci sentiamo soli.
Il rap è una cultura molto più grande e profonda e popolare e combattiva e nell’underground si muove una società civile intelligente e appassionata che tiene alto il suo nome. Generazioni di ragazzi e ragazze si innamorano dell’hip-hop e lo fanno da venti anni come una forma di resistenza fresca e positiva portandolo ovunque nel mondo e sempre nello stesso posto: nelle periferie dell’impero. Dalle strade della Francia alla Palestina all’Argentina, ai muri di Long Island e di Scampia. Il rap e i graffiti sono roba immediata e alla portata di tutti, sono l’occasione per esprimersi ed entrare in contatto con i propri simili e fare di problemi personali dei problemi comuni formando delle comunità. E questa è la cosa più affascinante e potente e libera e sincera. L’hip-hop è lotta e poesia, è fratellanza e festa.
Nelle panchine, nelle piazze, nei bar, nei locali, nei centri sociali, là dove ci si incontra, ci si inventa, si autorganizza il sociale cercando forme autonome di creatività. Sono qui i protagonisti invisibili che ci interessano, tutte quelle giovani vittime predestinate della ristrutturazione del mondo del lavoro, stritolati dentro il capitalismo moderno, super sfruttati e ricattati e a cui l’hip-hop per un tratto di vita offre un posto nel mondo, dando voce per raccontare la vita, i sogni e le paure.
Certo sono lontani i tempi dei Public Enemy, dei De La Soul e della A Tribe called Quest, oggi ci sono Common, Dead Prez, Talib Kweli. E chi li conosce?. Per me l’hip-hop è questo. Ma come il titolo del bellissimo libro di U.net “Bigger than Hip-Hop” che consiglio a tutti di leggere, uscito in questi giorni per la Cox18 books, la faccenda è più grande dell’hip-hop. |
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