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IN UN MONDO CHE ISOLA, TRA NOI C'E' INTESA PERFETTA - IN ALTO IL JOLLY ROGER, L'ARREMBAGGIO CONTINUA -

*** LEGGI TRE INTERVISTE A MILITANT A SUL NUOVO DISCO E SUL PIU' E IL MENO ***

 
Intervista di Lidia Ravviso per il portale www.arte.stile.it
 
1 - ‘In alto il jolly roger’, come mai la scelta di questo simbolo per la copertina del nuovo disco e quale ‘Intesa perfetta’ suggella?
 
Il jolly roger è la bandiera dei senza bandiera, il vessillo che alzavano i pirati nei loro arrembaggi, gente che non riconosceva autorità né poteri di nessuno, gente che aveva un'organizzazione interna di totale democrazia e anarchia, c'era solo un capo in caso di battaglia, insomma nella rovina e perdita di senso di molti simboli ci piaceva l'idea di ritatirare fuori il teschio. Poi indica una volontà di arrembaggio, è un segno di non arrendevolezza. E' vero che è un pò abusato e commercializzato, ma il nostro è più cattivo, è in tre dimensioni, sembra vero, non è per niente rassicurante e divertente. L'intesa perfetta di cui si parla è quella che si vive proprio in momenti di lotta, momenti magici che creano una comunità. In questo mondo crudele e che porta alla solitudine, per noi ci sono tanti momenti di intesa perfetta.
 
 
2 - Nei tuoi testi racconti storie di vita e di lotta che hanno radice nella realtà dei centri sociali. Qual’è oggi il valore di queste esperienze per il tuo percorso personale e per gli Assalti? 
 
I centri sociali sono la nostra "casa", sono cambiati molto da quando li occupammo, eppure torniamo sempre lì perché lì ci sentiamo nel nostro ambiente naturale, puoi fare concerti senza che la gente paga chissà quanto per vederti, e in totale libertà artistica e non ci sono guardie all'entrata a perquisirti e la siae non mette becco per avere la sua tangente mafiosa e insomma c'è un contatto diretto con il nuovo movimento che cresce. Fanno parte della nostra mappa della libertà, quando giriamo per i concerti è come se l'aggiornassimo di continuo. 
 

3 - Come nasce il brano ‘Giù le lame’?
 
Nasce dopo l'assassinio di Renato Biagietti sul litorale romano. Io ero su una spiaggia vicino in quei giorni e come tutti sono rimasto sconvolto da quei fatti. E' possibile che si muoia in questo modo a Roma? E' possibile anche che due ragazzi ventenni siano disposti a uccidere un loro coetaneo che non conoscono in quel modo assurdo e passare molti anni in galera? Ma cosa hanno in testa? In che ambiente culturale sono cresciuti? Di che si nutre il loro immaginario?   Non è una canzone su Renato perché lui meriterebbe un testo d'amore per la vita, è un grido di rabbia e di guerra scritto in suo nome e contro un fascismo sociale che si respira a Roma e nel nostro paese e che viene legittimato da chi ha il potere. Pensare che le insicurezze e le paure si risolvano cacciando i nomadi è ispirarsi ai manuali di psicologia nazista. E oggi noi viviamo questa dimensione. Così ho pensato che un testo sulle lame e su cosa significhi essere forti e coraggiosi fosse importante nel nuovo disco di assalti. La forza non è sopraffare gli altri, il vero coraggio è saper entrare in contatto con il diverso. Il rispetto dei deboli e la loro difesa è la nostra unica religione.
 

4 - Rispetto agli anni in cui sono nati gli Assalti, quel fermento culturale che li animava, come vivete il presente?
 
Per noi fare dischi ormai è un destino che ci piace e che perseguiamo. Prima tutte le persone che avevamo intorno lo facevano, piano piano abbiamo visto nuova gente entrare e tanti uscire nella scena musicale. Il fatto che noi ci siamo ancora delle volte ci stupisce anche a noi. Siamo ormai un'esperienza unica per il contesto in cui siamo nati, fine anni '80, anni in cui il mezzo rap e reggae era talmente nuovo che lo stile non era molto importante e ci sentivamo tutti nella stessa banda. Ora è  molto diverso e se non hai uno stile rigoroso vieni spazzato via, ma noi abbiamo il nostro stile, quello di "assalti" e siamo senza tempo.  
 

5 - Quali sono i muri fisici e culturali da abbattere, 'da Roma all’universo’, per costruire ‘Mappe della libertà?
 
Le "Mappe della libertà" sono punti tracciati da esseri umani che si ribellano e che costruiscono luoghi dove puoi prendere ossigeno. Per molti la libertà oggi equivale a subire più controllo, pazzesco! E' questo che ci vogliono far credere, più vi controlliamo più sarete liberi.  Citiamo Aldo Bianzino nel testo perchè mentre tutti si affannavano a parlare di sicurezza, questo falegname padre di due figli veniva prelevato dalla sua casa per trenta piantine d'erba e ucciso in galera da due guardie penitenziarie perché era strano e magari portava dei sandali africani. E quasi nessuno ha detto niente! e c'era Prodi al governo! non era neanche un anno fa... e dovremmo sentirci più sicuri con questi? Dobbiamo avere ognuno la propria mappa della libertà e stare attenti 

 
6 - Sulle mappa del mondo, dove porteresti un concerto di Assalti?
 
Vorrei avere tutte le lingue del mondo per potermi esprimere ovunque

 
8 - Dal vostro Myspace è possible scaricare alcune traccie del nuovo album: due parole sul copyright?
 
Chi ci sostiene comprando il nostro cd orignale è un fratello o una sorella ma siamo per la diffusione più libera delle idee e della musica. Pensiamo che così ci sia un ritorno anche più grande in termini di partecipazione e di coinvolgimento ed è questa la prima cosa a cui puntiamo
 

9 - Nei tuoi progetti futuri c’è la musica e…
 
Vorrei scrivere un nuovo libro, la continuazione di "Storie di assalti frontali" che ho pubblicato nel '97 e ancora è molto richiesto ai banchetti di assalti. Chissà se troverò il tempo di farlo
 
 
Intervista di Gianluca Sevetti per il mensile musicale “Rockerilla”
 
 
1 - Riconfermato il team di produzione con Casasonica. Indubbiamente questa collaborazione ha dato ottimi frutti: le basi sono oggi decisamente più fruibili ed il suono complessivo ha una marcia in più. Squadra che vince non ci cambia?
 
Dopo tanto girare qui e là per studi e produttori cambiando sempre nel corso degli anni e dei dischi, dopo "Mi sa che stanotte..." abbiamo pensato che era il caso di confermare il team in blocco. Non solo per i riconoscimenti avuti (premio Mei miglior disco 2006), ma soprattutto per la resa dal vivo delle basi, perché questo, per una band come la nostra con un assetto live hip-hop, è fondamentale.
Così siamo tornati a Torino dopo due anni che sono stati di lavoro ininterrotto e crescita sia per noi Assalti che per Casasonica e quindi la produzione è  ancora diversa rispetto al precedente. Ci sono influenze del rap degli anni '80 e suoni del 2008 e direi che "Un'intesa perfetta" è più ricco
musicalmente e anche più coerente nel suo insieme. Sono 12 trracce tutte belle solide, preprodotte da Bonnot nel suo studio di Bergamo. Come è normale, nel corso della produzione ci siamo anche un pò scontrati, noi spingevamo per mettere più melodia e arrangiamenti poco variati (visto che i testi facevano già la parte sovversiva) mettendo il meglio nei primi dieci secondi del pezzo, loro
invece verso suoni più acidi e bastardi e arrangiamenti con variazioni continue e i famosi primi dieci secondi più rarefatti, ma insomma il risultato mi sembra di ottimo livello. Il basso sub che si sente in quasi tutto il disco (in particolare in "Giù le lame") è un pò la firma "casasonica".

2 - Nello specifico vedo che è stato soprattutto Ale Bavo (già con Sushi e Petrol) a curare la produzione. Casacci ha firmato un solo pezzo. Era già così per "Mi sa Che stanotte"?

Ale Bavo e Gianni Condina sono i ghost di Casasonica, due geniacci  maledetti che stanno dietro molte delle produzioni dello studio dei Subsonica. Ale si occupa della parte compositiva, Gianni del mix, ma si scambiano molto nei ruoli. All'entrata in studio dovrebbero mettere le loro foto segnaletiche con su scritto: "Attenti a quei due!". Sono dei fondamentalisti del suono, per loro un missaggio è un po’ come un'esperienza lisergica, sai quando cominci ma non scommetere sulla
fine...passano da una stanza all'altra per cambiare ascolti, stanno una notte sulle frequenze di un basso, ci girano intorno e intorno e non puoi tenerli testa, alla fine sei costretto a dare loro ragione per stanchezza, ma dopo capisci che in effetti se la meritano la fiducia. Abbiamo dei background musicali differenti, ma è questo che bisogna cercare per provare a fare delle cose nuove. Per quanto riguarda "il presidente" di  Casasonica, Max Casacci, quando siamo arrivati noi, usciva da sei mesi di produzione dell'ultimo dei Subsonica ed era in tournee per presentare il disco, quindi passava di tanto in tanto in studio. Si è occupato solo del pezzo che dà il titolo al disco, che è un pò la sigla di chiusura, e ci dava dei consigli nei momenti in cui c'era bisogno di un orecchio fresco. Su "Mi sa che stanotte..." era stato più presente perché aveva più tempo.


3 - Qualche giorno fa mi è capitato di riascoltare "Batti il tuo tempo". Se ripenso agli esordi della scena hip hop italiana mi accorgo che voi e Frankie Hi NRG (nettamente edulcorato) siete gli unici nomi ad essere ancora attivi. Dagli Ak47, ai Sangue Misto, passando per i 99 Posse, c'è stata una vera e propria moria per un certo tipo di hip-hop miliante: a cosa è dovuto secondo te? Pensi che sia connesso all'esplosione di un altro tipo di hip-hop, diciamo, più commerciale?

Nei primi anni '90 fare rap era una cosa talmente nuova fresca e interessante che la forma, la tecnica, era sullo sfondo, il fatto stesso di parlare in un certo modo era già protesta e quell'esplosione fu egemonizzata dai ragazzi che venivano dai centri sociali, e che li avevano occupati e difesi ed erano cresciuti praticando delle forme di resistenza, cosa che si sentiva nei testi delle canzoni. Il rap più potente era quello politico, intorno ai gruppi che citi ce n'erano decine e questo rendeva la cosa esplosiva, era una scena frizzante perché riusciva a interessare e coinvolgere anche i non amanti  del genere. Poi le cose cambiano, sono passati quasi vent'anni, giusto qualche giorno fa, ero all'università di Roma per un concerto e al momento di cantare "Batti il tuo tempo" che funziona ancora alla grande, ho chiesto quanti anni avessero i presenti nel '90: avevano intorno ai cinque anni... e noi ci siamo ancora! Questo è il miracolo, non che non ci siano più gli altri. E il concerto è stato pieno di energia ed è finito alle 3 e 1/2 di notte perché non ci mandavano via. Insomma certe cose restano. Oggi la tecnica ha chiaramente un ruolo maggiore e i grandi amanti del genere che si candidano poi a rappresentarlo incidendo dischi vogliono dire altre cose, ma non sono a-politici, anzi, dietro quasi tutti i rapper della scena c'è un pezzo di background di strada e la strada incrocia sempre i centri sociali e quello che rappresentano.

4 - A tal proposito mi dai la tua sincera opinione su questi tre nomi: Club Dogo, Fabri Fibra, Marrakech.

Dico la mia per quello che conosco direttamente, e questo posso farlo solo per i Club Dogo che trovo positivi, loro e Vincenzo sento che  combattono una guerra giusta. Hanno i loro aspetti "sopra le righe" ma questa è la strada, oggi, e anche in un posto come a via dei Volsci a S. Lorenzo si vive gomito a gomito con grosse contraddizioni. Capiscimi, il mio attegiamento nei confronti degli altri rapper (o di quelli che comunicano con i ragazzi attraverso la musica) è che non bisogna essere troppo ideologici oggi, bisogna coinvolgere, far sentire che siamo dalla stessa parte della barricata, i nemici sono altri, ci sono i fascisti che ci accoltellano fuori dalle dance hall e i banchieri che ci strangolano e tutto il resto. Per quanto riguarda Fabri Fibra visto che me lo chiedi ti dico che anche lui in fondo ha fatto delle cose nei centri sociali e vorrei che finisse questa storia che molti rapper pensano che per scalare le classifiche bisogna allontanarsi da tutto ciò che è un pò miltitante.

5 - Nei testi del nuovo album si coglie più del solito una certa urgenza legata ai problemi delle minoranze: oggi che anche la sinistra è diventata tale dopo l'uscita dal parlamento, chi pensi potrà
raccogliere le istanze di una certa fascia di popolazione?

L'esclusione sociale è una delle armi con cui ci comandano. Se non accetti lo sfruttamento, o i valori finti come quello della patria o della chiesa cattolica, in un paese come l'Italia ti senti isolato e vieni allontanato dai posti che permettono un'ascesa sociale.Il  parlamento ormai è solo una barzelletta, sono tutti schiavi delle lobby economiche, la resitenza viene dalla nostra capacità di fare reti nelle strade e di creare momenti di lotta per difendere i nostri territori.
 

6-  Il caso dei Banlieue temi sia riproponibile anche qui da noi?

Le periferie da noi sono diverse dalla Francia, sono attraversate da più stratificazioni sociali, trovi molti ricchi con ville e macchine di lusso convivere con immigrati senza permesso di soggiorno che vivono in una garage. Molti si arricchiscono grazie a questo. E' un casino che può scoppiare in ogni momento. La Banlieue che ci interessa e di cui parliamo nella canzone è quella degli esclusi che prendono la parola.
 
 
Intervista di Luca Gricinella per “Alias”, supplemento settimanale del quotidiano “Il manifesto”
 
 
1 -  È un periodo in cui la scena indie italiana, specie quella rock, è in pieno fermento e lo dice anche il fatto che molti gruppi di questa area fanno lunghe tournée all’estero, collaborano con artisti di fama internazionale ecc… L’hip hop italiano sembra restare fuori da questo discorso; come al solito sembra sempre essere lì lì per svoltare e poi non ce la fa mai. Perché secondo te? Qual è l’autocritica necessaria?
 
Rock e Rap sono due linguaggi musicali diversi. Non si possono paragonare negli sconfinamenti all'estero. Il rap si basa quasi tutto sul testo e quindi i gruppi sono fatalmente legati a un pubblico che capisca cosa dicono e in modo molto rapido. E' difficile esportarlo, e questo vale per il rap di tutte le lingue del mondo. Unica eccezione la fa chiaramente il rap americano, che è il precursore e maestro globale e a cui le comunità hip-hop di ogni territorio guardano per confrontare i propri stili. Hai mai sentito tournée in Italia di un gruppo rap tedesco, o inglese o greco o francese o palestinese o argentino? Ci sono scene forti in quei paesi, eppure se si è sentito qualcuno è solo grazie ai centri sociali che hanno invitato che so Keny Arkana, che è venuta per un concerto all'ESC di Roma e nessun giornale ne ha parlato. Eppure è giovane, nera, fiera, incazzata, parla delle banlieue, spopola su youtube, al concerto era pieno e tutti i centri sociali in Italia la vorrebbero, ma nessuno ne ha parlato. Noi quest'inverno siamo stati a Cape Town in Sud Africa in un progetto europeo per la lotta all'Aids, abbiamo fatto un disco con gruppi rap europei e africani, insomma il fermento per chi lo vuol vedere esiste. Che poi non svolti, questo è un altro discorso. Bisogna vedere che significa "svoltare". Passare da un pubblico potenziale di centomila persone a uno di un milione non è concesso a tutti. A noi piacerebbe. Ma il 90% delle radio italiane non ci manda (malgrado molti DJ ci amano e ci spingerebbero). E ora che esce il video di "Mappe della libertà" sarà difficile vederlo in rotazione nel primo pomeriggio su MTV (malgrado molti programmatori di quella rete ci amano e ci spingerebbero). Ma siamo fuori standard. E noi amiamo essere fuori standard.
 
 
2 - Una delle pecche della scena hip hop, la differenza fondamentale con la scena indie-rock sembra proprio il momento live. Assistere a un live di rap in italiano notevole e senza problemi tecnici, sembra un’impresa…
 
E' vero che i Marlèn Kuntz vanno all'Heineken Jammin festival prima di Vasco Rossi e sono contento per loro. Noi l'anno scorso abbiamo proposto il "Pass the mic" a quel festival e ci hanno risposto che il linguaggio musicale non era adatto al loro pubblico. Insomma fuori standard. (Ma come fanno a sapere quello che non sanno?). Abbiamo fatto nove "pass the mic" in altrettante città e alcuni festival e sono andati benissimo, senza problemi tecnici e con gran divertimento generale. Che dire, si sa che per entrare in certi giri devi essere dentro una scuderia. La mafia non esiste mica solo in Sicilia. E così, se sei andato a vedere concerti hip hop con problemi tecnici, scommetto che eri in un centro sociale. Ma in compenso hai visto qualcosa che altrimenti non vedresti per niente, hai pagato un biglietto 5 o 7 euri, e ti sei fatto le canne in santa pace, e nessuna security fascista ti ha guardato male per le tue ciabatte africane. Insomma i centri sociali in Italia si fanno ancora carico di spingere su la scena underground (e ti offrono momenti di vera libertà), ma spesso sono dentro capannoni occupati anti acustici e quindi è un casino, un pò la situazione è migliorata ma la precarietà è estrema e c'è sempre qualcosa che non fa andare tutto liscio. Lo Sherwood Festival è un ottimo esempio di mediazione tra buona qualità e autogestione, ma è quasi unico nel genere. Il mese scorso siamo stati in un centro sociale di Spinaceto (l'Auro e Marco), oltre il raccordo anulare di Roma, sapevo benissimo che sarebbe stato un caos acustico e infatti non si capiva niente. Eppure c'erano dei ragazzi del posto che ci hanno ringraziato i giorni successivi per essere stati lì e ai loro occhi è andata benissimo. E il paradosso è che magari quel concerto sarà un pezzo importante nella loro crescita culturale, se lo ricorderanno. Capisci che intendo? Anche se non si sente bene, questo non è il solo fattore per la riuscita di un concerto. Bisogna considerare dove sei, con chi sei, quanto ci crede chi vedi, ecc. Ma per tornare ai grandi numeri, il rap dal vivo fatica a farsi apprezzare da chi non ama il genere per la sua stessa natura. Il fatto è che non ci sono musicisti che suonano e tutto è affidato a due cd player e alla capacità degli MC di coinvolgere il pubblico. E magari strillano troppo o non si sente la base o i pezzi sono mosci e noiosi. Sono cose che riescono bene in una dimensione da 500-1.000 persone massimo, cose più raccolte, in cui lo scambio reale tra pubblico e gruppo è molto importante. Trovare un gruppo rap che sia davvero potente sul palco è difficile, anche tra gli americani, io ne salvo pochi e metto al primo posto i De La Soul (e in Italia naturalmente gli Assalti Frontali:).
 
3 - Qual è la differenza principale tra questo album e gli altri di Assalti Frontali? Intendo: quale caratteristica lo differenzia nettamente dai suoi predecessori o ancora quale attributo/definizione lo rende unico?
 
"Un'intesa perfetta" è il settimo disco, contando il primo con l'Onda Rossa Posse, e per quanto diversi l'uno dall'altro, seguono tutti lo stesso filone di ricerca linguistica: parlare delle esperienze che fanno i ribelli nelle metropoli del nosto paese. Esperienze dirette, sia chiaro, non denuncia politica o stare lì a indignarsi per quanto è cattivo il mondo, ma vita vissuta. Questo è il messaggio: esserci, e questo disco è tutto scritto per strada, direttamente dall'indotto della rivoluzione. E' qui che si crea l'intesa perfetta. Il Jolly Roger, la bandiera dei pirati che sta in copertina, indica l'estraneità a tutti poteri e una volontà di arrembaggio. In un campeggio davanti alla base militare americana di Vicenza con il movimento "No dal Molin" o con il comitato contro la turbogas di Aprilia o a Venaus o in mezza Italia. O nella difesa dei centri sociali occupati. Presentarsi con una bottiglia molotov in mano come nella canzone "Senza resa" è una provocazione ma anche una realtà a cui siamo chiamati. Ne abbiamo scritte tante di rime e quindi lo sento quando sono potenti o inutili, ho letto dopo il famoso "concertone" del primo maggio a San Giovanni (da cui noi siamo sempre esclusi per il solito discorso della mafia che decide tu si e tu no e che ai presenti fa lievitare il cachet degli show, è per questo che tutti vogliono andarci) che molti cantanti ritengono finito il tempo dei proclami politici sul palco. Questo vale per loro che non hanno più benzina nel motore. Non è questione di essere ideologici o meno, ma interessanti o vuoti, vivi o morti. A Roma ha vinto Alemanno e dobbiamo ammutolirci perché la destra ha trovato delle risposte vincenti? Prendersela con 2.000 Rom per la vita di merda che facciamo. Il parlamento è una barzelletta, il governo una gang di affaristi, tutti con interessi privati in atti pubblici. Sono cose talmente evidenti da essere ormai invisibili. Ma non parliamo certo di queste cose deprimenti nel disco. C'è il pezzo "Enea super rap" che lo abbiamo scritto per la classe di una scuola elementare di Roma in cui il direttore e il professore hanno deciso di insegnare Virgilio in modo originale. Bravi a loro, complimenti per l'idea e hanno avuto addirittura l'ardire di chiamare noi: davvero geniali. Così abbiamo fatto una versione rap ispirata dall'Eneide, immaginando Enea come il primo migrante che viene a fondare Roma. E come cantavano il pezzo i ragazzi!
 


 
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